21) James. Sulla morale e sulla religione.
La fonte di questa lettura di James  evidentemente Pascal, che il
filosofo americano reinterpreta con notevole acume, soprattutto
quando osserva che evitare la scommessa  gi uno scommettere e
non credere  ugualmente un credere, sia pure in direzione
opposta.
W. James, The Will to believe and other Esseys [La volont di
credere e altri saggi], in Popular Philosophy, Longmans, Green and
Co., New York-London, 1897; traduzione italiana di G. A. Roggerone
nell'antologia jamesiana Aspetti essenziali del pragmatismo,
Milella, Lecce, 1967, pagine 91, 100-108 (vedi manuale pagine 282-
284).

 Le questioni morali si presentano immediatamente come questioni,
la soluzione delle quali non pu aspettare prove sensibili. Un
problema morale  problema non di ci che esiste sensibilmente, ma
di quello che  bene o che sarebbe bene se fosse. La scienza pu
dirci ci che esiste; ma per pesare i valori di ci che esiste e
di ci che non esiste, non dobbiamo consultare la scienza, ma
quello che Pascal chiama il nostro cuore. La scienza stessa
consulta il suo quanto afferma che l'accertamento continuo dei
fatti e la correzione delle false opinioni sono i beni supremi
dell'uomo. Opponetevi a tutto ci, e la scienza potr solo
ripetervelo come un oracolo, oppure provarlo mostrando che da
codesto accertamento e da codesta correzione delle opinioni deriva
tutto quello che il cuore dell'uomo riconosce come bene. Il
problema se dobbiamo avere credenze morali o no  deciso dalla
volont. Le nostre preferenze morali sono vere o false oppure sono
solo fenomeni biologici singolari, che rendono le cose buone o
cattive per noi, nonostante esse restino in s indifferenti? Come
potrebbe decidere il nostro puro intelletto? Se il vostro cuore
non sente bisogno di una realt morale, non sar certo la vostra
testa che vi far credere in essa. In realt, lo scetticismo
mefistofelico appaga gli istinti frivoli dell'intelletto assai
meglio di ogni severo idealismo. Certi uomini (fino dall'epoca dei
loro studi giovanili) sono naturalmente cos freddi che le ipotesi
morali non arrivano mai a interessarli vivamente: alla loro
presenza contegnosa, l'ardente giovane moralista non si sente
assolutamente a suo agio. Dalla loro parte  l'apparenza della
sicurezza intellettuale; dalla sua quella della navet, della
credulit. Nel suo cuore ingenuo, tuttavia, questi sente
profondamente di non essere in errore e che esiste un regno nel
quale (come dice Emerson) tutto il loro acume e la loro
superiorit intellettuale non valgono di pi della scaltrezza
della volpe. Lo scetticismo morale non pu essere confutato o
provato mediante la logica pi di quanto non lo possa lo
scetticismo intellettuale. Quando affermiamo che esiste la verit
(sia di una specie o di un'altra), lo facciamo con la totalit di
noi stessi e, a seconda dei risultati, riusciamo a confermarci
nella nostra credenza o a ritirarci da essa. Lo scettico in tal
modo adotta l'atteggiamento di dubbio con tutto se stesso; ma di
noi sia pi saggio lo sa soltanto l'Onniscienza [...].
Nelle verit dipendenti dalla nostra azione individuale, la fede
fondata sul desiderio  quindi certamente un elemento legittimo e
forse necessario.
A questo punto, per, si dir che finora si  trattato solo di
fatti umani puerili, i quali non hanno alcun rapporto con i grandi
problemi cosmici, come, per esempio, con la questione della fede
religiosa.
Esaminiamo dunque tale questione. Le religioni si differenziano
talmente nei loro particolari, che, discutendo il problema
religioso,  giocoforza tenersi sulle generali. Che cosa si
intende per ipotesi religiosa? La scienza ci dice che le cose
sono; la morale ci dice che certe cose sono migliori di certe
altre; la religione ci dice essenzialmente due cose.
Primo, che le cose migliori sono le cose eterne, le cose pi alte,
le cose che mettono l'ultima pietra, per cos dire, all'edificio
dell'universo e dicono l'ultima parola. La perfezione eterna -
questa frase di Carlo Secrtan mi pare che esprima bene la prima
affermazione della religione, affermazione che, come  naturale,
non pu essere verificata scientificamente in alcun modo.
La seconda affermazione della religione  che, se crediamo alla
verit della prima affermazione, siamo gi molto migliori.
Esaminiamo ora gli elementi logici di questa situazione,
considerando il caso che l'ipotesi religiosa sia realmente vera in
tutti e due i suoi punti. (Naturalmente dobbiamo cominciare con
l'ammettere questa possibilit. Il dover discutere o meno questo
problema comporta una scelta viva. E se per qualcuno di voi la
religione  ipotesi priva di ogni possibilit viva di essere vera,
questi non ha bisogno di occuparsene ulteriormente. Io parlo
solamente per gli altri). Noi vediamo allora, anzitutto, che la
religione si presenta come una scelta importante. Sappiamo che per
mezzo della fede ci acquistiamo fin d'ora un certo bene vitale e
che, invece, se non crediamo, lo perdiamo. La religione, inoltre,
 una scelta inevitabile per il valore di quel bene. Non possiamo
evitare la decisione, restando scettici e aspettando lumi
ulteriori, poich, se anche in questa guisa evitiamo l' errore nel
caso che la religione non sia vera, invece, nel caso che sia vera,
perdiamo quel bene con altrettanta certezza che se avessimo
addirittura deciso di non credere affatto. E' come se uno esitasse
all'infinito a chiedere in moglie una donna, perch non 
perfettamente sicuro che, quando l'avr condotta nella sua casa,
sar un angelo. Non si escluderebbe, in questo modo, da quella
particolare possibilit angelica in guisa altrettanto decisa che
se egli sposasse un'altra donna? Lo scetticismo, insomma, non
serve per evitare la scelta: esso  scelta di un particolare tipo
di rischio. Meglio rischiare la perdita della verit che la
possibilit dell'errore - questa  la posizione precisa di colui
che non ammette la fede. Questi mette in gioco la sua posta allo
stesso modo del credente; e si schiera contro l'ipotesi religiosa
proprio allo stesso modo che il credente si schiera a favore
dell'ipotesi religiosa contro la mancanza di fede. Perci,
predicarci lo scetticismo come un dovere fino a quando non si sia
trovata la prova sufficiente della religione equivale a dirci
che, innanzi all'ipotesi religiosa,  pi saggio ed  meglio
cedere al timore che essa non sia altro che un errore, anzich
cedere alla speranza nella sua verit. Non si tratta, dunque,
dell'intelletto contro tutte le passioni, ma, invece,
dell'intelletto unito a una passione, che vuole imporre 1a sua
legge. Ma da che cosa  garantita, in verit, la suprema saggezza
di codesta passione? Inganno per inganno, quale prova esiste che
l'inganno della speranza sia di gran lunga peggiore dell'inganno
del timore? Per conto mio, questa prova non la vedo e rifiuto di
obbedire all'ingiunzione dello scienziato di seguire il suo tipo
di scelta in un caso in cui come in questo, la mia posta 
talmente importante da autorizzarmi a scegliere il tipo di rischio
che preferisco. Se la religione  vera e le sue prove sono ancora
insufficienti io non voglio, per il semplice fatto che mi imponete
il vostro divieto (cosa nella quale, in fin dei conti, mi pare che
dovrei entrarci un poco anch'io), non voglio, dico, perdere
l'unica possibilit che ho nella vita di mettermi dalla parte dei
vincitori - in quanto questa possibilit dipende, ovviamente,
dalla mia disposizione a correre il rischio di agire come se il
mio bisogno passionale di prendere il mondo religiosamente sia
profetico e giusto.
Tutto ci nell'ipotesi che esso possa essere realmente giusto e
profetico e che, anche per noi che stiamo discutendo
sull'argomento, la religione, costituisca un'ipotesi viva,
suscettibile di essere vera.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume I, pagine 656-657.
